Cose infinitamente piccole

Alla fine realizzi che quello che ti rende infinitamente felice è infinitamente piccolo: la tazzina del caffè, la punta di una penna, un fiore, un granello di sabbia, un sorriso, una nota.

Ci rendiamo conto che i nostri grandi ideali rivelano spesso la loro ipocrisia e che per essere felici basta poco meno di niente, basta avere intorno alberi e fiori e prati su cui camminare scalzi. Basta usare le mani, creare, vedere i tramonti, essere umili. Perché i nostri grandi ideali, almeno quelli della mia generazione, nascondono mostri che divorano le anime.

Ti rendi conto che preservare la natura è un ottimo modo per essere felici: imparare ad essere minimalisti, fare la raccolta differenziata, non comprare ossessivamente vestiti e trucchi, dare una seconda vita agli oggetti, imparare a creare, passeggiare e sorridere.

Realizzi che se, per essere felice, devi uscire tutte le sere con i tuoi amici e bere, forse non sei sulla giusta strada e non sei sulla giusta strada se fumi e ti droghi, così tanto per… Che, se ostenti ogni tuo momento su Instagram, forse vuoi mostrare agli altri quello che non hai veramente.

Insomma, dopo un anno e più ferma, ho avuto modo di pensare e ripensare a molte cose e mi sono resa conto che già sono fortunata così e per ora mi va bene. E che tutti saremo sempre fortunati per un motivo, solo che sarà celato e non lo vedremo perché altre cose lo confonderanno. Le grandi cose non servono: non servono vacanze, non servono continui aperitivi, non serve un lavoro che odi, né finti amici che ti cercano quando gli fai comodo.

Ci sei tu e tutto il mondo intorno e sta a te decidere di essere felice per delle cose infinitamente piccole, ma infinitamente importanti.

Codardia

Ci sono tante cose che vorrei dire alla me di dieci anni fa.

La prima cosa che vorrei dirle è di provare qualcosa e di non avere paura. Di leggere i suoi libri e ascoltare le sue canzoni, di riempirsi l’anima di bellezza, ma le vorrei dire che qualche graffio non l’avrebbe ammazzata, anzi che l’avrebbe di sicuro aiutata in futuro.

Le vorrei dire che tutto quel dolore in cui si crogiolava le avrebbe permesso di essere “speciale” ma che omologarsi un po’ non fa così tanto male. Perché quando non ti fai mai male, poi il dolore arriva tutto insieme ed è ancora peggio. Un po’ vorrei che la me di sedici anni fosse più forte, ma non la posso biasimare perché intorno a lei so la bruttezza che c’è.
Vorrei dirle che è molto bella e probabilmente è una delle ragazze più belle del suo liceo, ma questo non lo sa perché è così insicura e impacciata che non potrebbe mai pensare una roba del genere, tra l’altro manco le interessa piacere a quei ragazzi stupidi e sciatti, tranne a quel Filippo con gli occhi verde acqua e i capelli biondi, mossi come il mare.

Poi le vorrei dirle che Filippo , stupido come è, se non se la fila su Facebook è perché a quell’età i maschi sono proprio deficienti e che non ha nulla da invidiare alla sua ragazza da copertina. Le vorrei raccontare di quella sera di nove anni dopo in cui Filippo, scorgendola tra i vicoli di una festa del vino d’estate, l’avrebbe guardata diversamente, ma ormai è troppo tardi perché i suoi capelli non sono più mossi e lei non è così impacciata, anzi, lei sa cosa vuole e come ottenerlo e di certo non vuole lui.

Quello che non sa la me di dieci anni dopo è come affrontare la verità, perché la verità fa male alle persone che ci amano e che ci vogliono un bene immenso, perché la me di dieci anni dopo è più fragile di quanto possa minimamente pensare. Non sa che le sue ansie e le sue paure sono sempre là, l’unica cosa che cambia è che il tempo l’ha temprata un po’.
La me di dieci anni dopo ha due occhi verdi che la vogliono letteralmente sposare, ma da qualche parte ha due occhi neri che sono entrati in qualche parte di lei che aveva smesso di conoscere, forse per paura, ma che è la stessa parte fragile di dieci anni prima. E la me di dieci anni dopo non sa come spiegare, come usare le parole per non ferire l’unica persona a cui tiene veramente nella sua vita.

E’ per questo che adesso vorrei dire alla me di dieci anni fa di buttarsi e di non avere paura, perché prima le affronti le cose, meno male fanno. Ecco a cosa si riferiva la sua prof d’inglese quando le disse: “I, buttai che è morbido!”. Beh, a quell’età, con quella leggerezza, forse sarebbe stato davvero più morbido e avrebbe fatto meno male adesso affrontare alcune cose e rinunciare ad alcuni ideali che forse (ma forse) è bene non imporsi.

Perché adesso I è una codarda e non sa affrontare le cose, sa come partire, come fare le valigie, sa come ottenere certe cose ma non sa come guardare due occhi e dirgli una verità che potrebbe distruggere per sempre la cosa più bella che le sia mai capitata.
E’ per questo che I da quasi un anno non vive e il tempo le sfugge, e lei ride e canta e balla ma dentro ha una matassa, un groviglio, un sasso gigante, una roccia, un peso enorme che non la fa vivere più. Perché lei è sempre stata pura e sincera, come l’acqua di un ruscello di montagna, e adesso si sente una pozza di fango.

Quando diamo tanto per scontato qualcosa, è proprio lì che la perdiamo e non ce ne accorgiamo nemmeno, capita a tutti. E quando ce ne accorgiamo, è troppo tardi.

Perché Joker piace?

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Perché ci piace così tanto il nuovo film di Todd Phillips con protagonista Joker, storico rivale di Batman, interpretato da Joaquin Phoenix?!

Credo che questa pellicola abbia fatto tanto scalpore perché Joker ci mostra la polvere che nascondiamo sotto i tappeti,  ciò che teniamo nascosto o lontano perché preferiamo non pensarci per stare meglio.

Joker smaschera, mascherandosi, quella formidabile e funzionale apparenza del mondo. È un film con una forte connotazione politica ma anche sociale.

In fondo è la verità, i ricchi governano il mondo, i poveri spesso sono emarginati e lasciati a morire. Il mondo è sempre stato nelle mano di coloro che possiedono la carta per cambiarlo, cioè benestanti, borghesi, ricchi. La politica, non di meno, ci gira intorno, lasciandoci credere che qualcuno di loro sia davvero interessato ai ‘poveri’ ma, in fin dei conti, chi lo è?

Joker personifica tutto questo ed ispira profonda commozione..come non comprenderlo?!

Dopo aver visto questo film, ciò su cui dobbiamo riflettere è dove stiamo andando perché siamo ancora in tempo per cambiare le cose. Dobbiamo riflettere sulle nostre scelte, porgere una mano ed abbattere i pregiudizi, eleggere persone colte, che siano d’esempio, non personaggi che  autorizzano incendi della foresta amazzonica, costruzione di muri (piuttosto che l’abbattimento) e personaggi che si rendono ridicoli davanti a tutti e vengono persino votati.

Pensiamo di essere come Joker, ma non lo siamo. Joker empatizza, lavora onestamente, non si ribella, è gentile, non giudica…almeno all’inizio del film. Successivamente la sua follia prende il sopravvento, ma qui abbiamo una forte connotazione psicologica dovuta ad un’infanzia traumatica ed ad una vita notevolmente più drammatica rispetto a quella di tante persone. Alla fine il suo scopo è quello di dare una seconda possibilità a coloro che la società considera dei derelitti perché comprende la loro rabbia ed il loro dolore.

E noi, che tanto amiamo il suo personaggio, siamo sicuri di stare dalla sua parte?

Non siamo dalla parte di Joker quando giudichiamo, non lo siamo quando votiamo Salvini, non lo siamo quando non siamo gentili verso gli altri, non lo siamo quando prendiamo in giro qualcuno perché è omosessuale, non lo siamo quando ci sentiamo superiori.

Non lo siamo quando mettiamo da parte la nostra umanità e lo facciamo molto più spesso di quello che pensiamo.

 

Il vero significato di condividere?

Oggi, nel suo piccolo, è un giorno in po’ speciale. È il giorno in cui ho finalmente disabilitato (momentaneamente) il mio account Instagram.

Erano mesi in cui, quando mi annoiavo, passavo in rassegna storie di persone a me sconosciute, immagini finte di una vita quotidiana, magari apparentemente vuota,ma dalle ricche sembianze.

Ostentazione di cose che non si posseggono, messaggi subliminali che mandiamo ad altre persone per poi andarle a ricercare tra le visualizzazioni. Ma serve davvero?

Dovremmo fondare la nostra vita su cose vere e tornare a comprendere il termine ‘Condividere’.

Sarebbe bello se volessimo davvero condividere i nostri sentimenti, le nostre sensazioni; invece usiamo i social per mostrare alle persone quanto abbiamo, quanto facciamo, quanto siamo. Così tra condividere e dividere la linea diventa talmente sottile da non rendercene più conto. Infatti pensando di fare cose comuni, normali, non ci rendiamo conto che ostentare non è condividere. L’unico messaggio che lanciano le mille storie di una serata è ‘guardate come sono felice, che vita meravigliosa ho’, mentre dall’altra parte chi osserva è seduto su un divano,  succube di una modus pensandi che ci sta rovinando.

Quello che succede su Instagram non è vero, è solo uno spartito apparentemente felice, di una vita che in fondo non appaga nessuno, una vita di like che non contano.

Con questo non sto dicendo che non lo userò più o che non serve a niente, perché la verità dei fatti dice il contrario. Con questa riflessione volevo solo far capire che bisogna imparare ad usarlo in modo sano e imprimersi bene nella mente che quella non è la vita vera. Perché, per quanto lo possiamo sapere, con il tempo perdiamo il senso del vero e crediamo a tutto ciò che si posta, facendoci del male.

 

 

Fantasia

Quanto sia importante la fantasia, io lo so.

Quanto sia importante immaginare stelle e soli laddove c’è solo ombra e brutalità, sorrisi e colori dove c’è solo morte e tristezza. Fiori dove le foglie cadono, note nel cielo cupo, paesaggi in occhi spenti, orme in posti disabitati, cristalli nelle lacrime, storie nelle rughe, bellezza nella quotidianità.

La fantasia lo sa quanto Lei sia importante per sognare e salvarsi, per questo si esprime attraverso l’arte.

La fantasia lo sa che ci fa vivere tutte le vite che non abbiamo vissuto, ci strappa sorrisi un po’ più belli, nostalgici.. ci dona colori per i nostri occhi.

La nostra mente è un macigno ma la fantasia le dona le ali per volare!

 

Pensieri…

Quando ero piccola pensavo che gli alberi sulle montagne fossero dei soldatini che erano fermi lì per proteggerci da tutte le cose brutte del mondo. Cercavo di carpire con il mio binocolo in formato proporzionale alle mie manine quali fossero i loro movimenti e come facessero a stare tutto quel tempo immobili. Chi gli portava il cibo, parlavano, vivevano?

A distanza di anni mi rendo conto che gli alberi sono davvero dei soldatini, ci proteggono. Non da tutti i mali della vita certo, ma ci proteggono.

Gli alberi servono a noi e servono ai bambini.

Non abbattiamoli, anzi….piantiamoli.

La roccia

C’è una parte di ognuno di noi nascosta, grezza, una roccia dentro un’isola.
E’ la parte dove si nasconde il dolore più profondo e le cicatrici di cui nessuno sa niente, è la parte dove nasce la bellezza ed la parte che non riusciamo a raccontare agli altri, perché per il dolore vero non esistono parole.
Ho letto che chi ci salva è colui che ci viene a prendere dentro quella roccia e ci riporta in mare aperto, ma, se non lasciamo entrare nessuno, come fa a venire a salvarci?

E, se le parole non bastano, come facciamo a spiegarlo agli altri cosa c’è dentro quella roccia??

La persona che incarna l’Amore è colei a cui non servono parole, che ci salverà senza che noi diciamo niente perché il materiale della sua roccia è lo stesso della nostra?
Oppure è la persona a cui noi, un giorno, libereremo le nostre paure e ci faremo salvare, almeno una volta???

Io non lo so, so solo che più passa il tempo più segretamente quella roccia scava dentro di me ed ho paura che non ci sarà nessuno a salvarmi.

Blu ed indaco

“Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei!”

Raymond Dufayel (Serge Merlin) 

Sono qui, in questa stanza che avevo chiesto espressamente blu ed indaco, perché pensavo che fossero due colori che potevano lenire la mia inquietudine quando ero una diciassetenne. A distanza di otto anni non è cambiato molto, sono sempre in questa stanza blu, a cercare di lenire qualcosa che non so nemmeno io cosa sia.

Mi sento come Amélie Poulain. Sono passati così tanti anni da quando pensavo di essere cresciuta, invece ora mi sento più fragile, più debole, più insicura di sempre.
In questi anni c’era G. a lenire le mie inquietudini, ora sono sola in questo blu.
Sono sola e son tornata a vedere il mio futuro nero pece, come sette anni fa. Son tornata a leggere per salvarmi, a leggere per trovare la forza, a leggere perché mi sento così piccola per un mondo così grande, per le mie paure che sono così grandi, per tutto.. mi sento piccola per tutte le cose del mondo.
Sento che le mie ossa sono ancora di vetro, che la me diciassettenne è ancora lì, più forte che mai.

Pensavo di essere cresciuta, di essere più forte. Mi sento, invece, solo molto più sola e più delusa da me stessa, mai, mai, mai come ora. Non riesco più ad ascoltare una canzone senza che la tristezza mi assalti e la delusione… Come si fa a perdonarsi? Come si fa a ricominciare?? Come si fa a fare tutto?

Se l’I. bambina potesse guardarmi, ora mi darebbe un abbraccio e mi direbbe che ancora qualcosa si può salvare, sarebbe clemente e gentile, come tutti i bambini.

Come dicono i FASK “una volta si può sbagliare”. Forse.

 

 

Errori.

Quest’anno sto imparando una grande e dolorosa lezione dalla vita… cioè che sbagliare va bene ma ci sono errori che non vanno commessi. Ci sono errori che ti uccidono dentro, che non ti perdonerai mai, errori che ti rosicchiano l’anima, errori che mai avresti pensato di commettere, errori, errori sbagliati, errori dannati.

Insomma.. possiamo non essere sempre soli, ma siamo soli nei nostri errori, su questo non ci piove.

Ed ho imparato che per me è molto più facile perdonare gli altri che me stessa, che per perdonarsi ci vuole una vita intera e forse non basta.

E, dopotutto, la cosa più difficile da accettare è non solo la sofferenza ed il dolore che ne conseguono, ma sopratutto che te lo meriti e che devi imparare ad essere felice per gli altri e tenerti tutto dentro e soffrire ancora. Soffrire, soffrire, lo vorrei sottolineare a penna così forte da stracciare le pagine, bruciarle, strapparle, odiarle.
E devi anche imparare ad essere in primis egoista, estremamente egoista, perché alla fine tu e solo tu ne pagherai amaramente le conseguenze.

Voce del verbo soffrire.

Voce del verbo imparare.

Voce del verbo imparare a perdonarsi.

Voce del verbo sbagliare.

Voce del verbo “odiarsi“.

 

 

 

 

 

The end.

Sono qui, in questa stanza, l’ennesima affittata per vivere emozioni, circondata da due valigie e tanti vestiti e tante insicurezze.
Valigie che vorrei fossero piene di te, delle tue mani.. valigie che non sanno cosa aspettarsi e non sanno come riempirsi. Valigie che hanno paura del viaggio e che si riempiono a fatica… quasi a volermi dire ‘resta’.

Ed io che vorrei tanto restare ma… c’è qualcuno che mi aspetta e soprattutto c’è una laurea a cui tutti tengono, tutti sicuramente più di me.
Ci sono vestiti che riconoscono come sono cambiata, sanno che le forme del mio corpo ora sono diverse, più morbide forse, più forti..chissà… Forme che qualcuno ha sfiorato,  perché?!
Il perché che mi tiene la mente occupata da settimane, da giorni, notti, ore, secondi. Il perché che mi lacera dentro, piano e il perché che mi tiene su un filo sottile in cui mi sembra che ci sia da una parte il verde e dall’altra il buio. Ma non si può scegliere sempre il verde, non ora.. dopo, chissà.
Esami che ti tengono legata, inchiodata, smunta. Esami che avrei dovuto finire prima ma, per la mia solita fretta di fare le cose, non ho finito e ora loro stanno finendo un po’ me.

In questo periodo sembra che la vita stia facendo un gioco strano con me, sembra che mi stai ricordando che devo morire e che, nonostante gli ultimi anni siano stati molto felici, sembra che me la voglia strappare quella felicità per riempirmi di domande e sensi di colpa. Che appena mi elevo un po’, mi strattona verso il basso per ricordarmi quanto io possa fare schifo e che, a 25 anni, ho commesso un errore che non avrei mai e poi mai pensato di commettere. A 25 anni mi rendo conto di essere una persona come tante, non tanto speciale, non tanto bella, ma debole e fin troppo umana.

Io non so perché succedono alcune cose nella nostra vita, forse accadono per motivi precisi, forse nulla è dovuto al caso. Almeno questo è quello che ho pensato fino ad ora: che ciò per cui siamo davvero destinati, ci trova e lo fa con leggerezza.
Forse alcune cose accadono per motivi ben precisi, chi lo sa. Io non lo so più.

Pensavo di sapere cosa volevo invece ora non ne ho la più pallida idea.