Vorrei che tutti faceste ciò che la primavera fa con i ciliegi.

E’ autunno..
e non c’è altra stagione che descrivi così bene lo stato di noi esseri umani. Morire per rinascere. Eppure i colori dell’autunno sono caldi: rosso come le foglie e i capelli che cadono, come il fuoco, arancio, giallo, marrone. Gli alberi si spogliano con la loro immacolata lentezza e le foglie cadono, colorando tutto il mondo. L’autunno è malinconia pura.

E’ uno dei tanti modi in cui la natura ci fa capire la condizione degli uomini: le radici ci vogliono ma ogni tanto bisogna cambiare pelle.
L’autunno è l’emblema del dolore umano, prima inizia il momento di crisi: tutto ci sembra svanire, i nostri principi, le nostre sicurezze, le nostre risposte, i punti fissi scompaiono..il dolore ci lascia spogli di ogni cosa. Dopo arriva l’inverno, freddo, pungente, bianco e la pelle fa male, le labbra si spaccano e qualsiasi cosa si fredda, è il momento più difficile: quello in cui il dolore raggiunge il picco e noi dobbiamo superarlo.
Poi finalmente arriva la primavera che sembra durare così poco..e scalda l’anima con i suoi colori, i prati tornano a brulicare di margherite… e l’estate, la bella estate, la stagione dei baci e d’amore. Le gocce di neve si trasformano in gocce di sudore, il calore del sole ci scalda immersi in un torpore quasi disumano.  Ci lasciamo coccolare dall’acqua salata, dalle onde che con il loro eterno moto ci fanno dondolare e ci rilassiamo.

Per me tornare a casa è sempre autunno, è come se vivessi la mia vita a 300 km/h ed improvvisamente mi trovo catapultata in un mondo che scorre a 5 km/h, mi ricordo delle cose che mi fanno o che mi hanno fatto male e mi pervade una strana malinconia che si traduce in una pigrizia non indifferente. Penso, penso, penso a tutto ciò che mi ha fatto male della mia famiglia, dei loro gesti, mi ritornano in mente tutte le paure che mi attanagliano. Non riconosco i miei spazi, non riconosco me stessa. E la domanda che mi pongo è: va bene o non va bene vivere la propria vita così velocemente?? Che poi quando uno si ferma rimane fregato, amaramente. Non bisogna mai dimenticarsi di sé, sia in senso positivo che negativo. Non possiamo dimenticare da dove veniamo, ciò che ci ha feriti, le nostre paure perché altrimenti non ci riconosciamo più.

Pensiamo di essere cambiati, che in un modo o nell’altro abbiamo seppellito quella parte di noi che non ci gratifica e che provoca dolore, ma in fondo l’abbiamo solo seppellita e prima o poi torna in superficie più forte di prima. La verità è che non possiamo mentire a noi stessi, l’unica cosa che possiamo fare è affrontare ogni nostra singola paura e possiamo provare a trasformarla, come fa la primavera, in un fiore o un frutto, in qualcosa che ci renderà più belli, più profumati, più delicati e calorosi, qualcosa che qualcuno possa assaggiare e gustare per la sua unicità.

Preferite essere le zucchine che vendono fuori stagione al supermercato oppure le ciliegie che prendete dall’albero succose e rosse??

Nessuno direbbe la prima ma per essere come le ciliegie bisogna attraversare tutte le stagioni e non limitarsi ad una felicità effimera. Più agiamo sulla nostra persona, più otterremo una serenità a lungo termine. Più rimandiamo i nostri problemi, più prima o poi ci abbatteranno e tornare alla serenità sarà sempre più difficile. Non possiamo essere tutte le stagioni contemporaneamente ma esserne una alla volta.

Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

Pablo Neruda.

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