Il vuoto delle cose.

Sapete ultimamente mi sto interrogando molto sul “vuoto”. Perché è il vuoto che ci frega tutti, niente altro che il vuoto. E’ la cosa di cui ho più paura, ho paura che in me dentro un’apparente brughiera verde si nasconda un buco nero nel quale prima o poi cadrò e mi farò molto male. So che in generale nella mia vita ci sono una marea di cose irrisolte che potrebbero concludersi in un incendio enorme che brucerà tutta l’erba verde e fresca.

Una volta il mio ragazzo mi chiese quale fosse la mia paura più grande ed io gli risposi che era quella di provare un dolore così grande da non rialzarmi più. Lui ci rimase di stucco perché non era una risposta leggera insomma, nemmeno scontata. Gli avrei potuto dire che avevo la fobia dei serpenti, che ho paura che domani un tram sbam mi investa e tante altre cose brutte. Invece no, gli ho detto la verità.

Ieri sera mentre parlavamo mi ha detto che secondo lui il dolore si combatte e basta, che, quando vedi un amico in difficoltà, devi andare lì e sbattergli la verità in faccia, poi sta a lui decidere cosa fare. Il problema è che G. non considera nell’equazione generale del dolore due costanti fondamentali: la fragilità e la debolezza.
Anche io vorrei che tutti quanto fossero abbastanza forti per affrontare la vita ma la verità è che certe volte il passato ha la meglio su tutto, perché non tutti i dolori hanno lo stesso peso e purtroppo alcuni sono troppo difficili da sopportare.

C’è un sottile momento, un breve instante in cui le braccia che hai usato fino a quel momento per combattere contro tutti si abbassano e da quel momento non sfuggi più e non torni nemmeno più indietro. Io l’ho visto con mia madre. Non si può dire che lei abbia avuto una vita facile anzi, è stata complicata e bastarda sin dalla sua infanzia ma lei nel suo piccolo mondo ha sempre cercato di avere la meglio su tutto. Poi qualche anno fa le è successo un evento che l’ha cambiata drasticamente e, lì,  lei ha abbassato le braccia e non è riuscita più ad alzarle veramente per combattere, al massimo le alzava per far capire alla vita “guarda che una parte di me c’è ancora.”

Mia madre, già fragile e “debole” di suo, ci ha provato con tutta sé stessa, io lo so, ma ci sono eventi così dolorosi, che fanno così male nella vita di una persona che poi non ne esci più vivo. Il dolore è così: tanto fa bene, poco e troppo fanno male.

E ci dovrebbe essere una pena da parte della vita per noi, ma la vita non ha grazia e non ha gratitudine. A chi sembra dare tutto, a chi niente, ma alla fine niente è come è veramente.

Che c’entra il vuoto con tutto ciò??

Il mio professore di farmacologia due anni fa ci disse: ” Ragazzi questo è il momento per voi di credere in qualcosa più di ogni altra cosa. Prendete i capi mafia: sono persone che cercano di difendersi anche davanti la cruda ed amara verità che uccidono tutti i giorni. Ma loro sono talmente convinti che ciò che fanno sia giusto che non gliene importa niente. Nel bene o nel male per salvarvi da depressione, ansia e dal vuoto che c’è dovete credere fermamente in qualcosa e lo dovete costruire finché siete in tempo, dopo sarà troppo tardi.”
Insomma il succo del discorso che è venti anni è l’età per credere fermamente, per trovare qualcosa (di sano naturalmente) a cui appendersi con tutti sé stessi.
Ci penso spesso a quella frase. Se tornassi indietro studierei musica, forse canto, perché le passioni secondo me salvano dal vuoto. Qualsiasi passione, qualcosa che ti salva, anche scrivere è una passione. A me scrivere fa bene per esempio e ne sento il bisogno perennemente. Anche perché non saprei come sfogare tutto quello che osservo. Anche fare sport mi fa benissimo: in quelle ore non penso più a niente ma sudo, sudo, sudo, una specie di rito catartico che mi serve ad espellere tutto ciò che è negativo. Mi fa bene leggere ed ascoltare la musica. Magari sembrano cose stupide ma sono quelle che rimangono quando tutto va via. Rimane quello che consola e che “coccola” la tua anima. Magari, se sei fortunato, rimane anche qualche persona che ti ama o che ti vuole semplicemente davvero bene.

 

 

 

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Il compromesso

Ultimamente riflettevo su una cosa molto particolare: il compromesso.

Il verbo compromettere deriva dal latino “cum” e “promittere” cioè promettersi a vicenda, promettere a qualcuno, come se si stipulasse un contratto. 
Ma quanto è sottile la differenza tra il promettere a qualcuno ed il promettere a sé stessi?

La nostra vita è intrisa talmente tanto di compromessi che sembra che non esista niente di puro, vero e immacolato. Per esempio la mia migliore amica non mi cerca mai, sembra non trovare nemmeno il tempo di mandare un messaggio con WhatsApp ed è da Dicembre che non la vedo, pur vivendo in città distanti solo due ore di autobus.
Allora io dico a quel piccolo brandello di speranza a cui mi aggrappo che lei ci tiene a me, che mi pensa, che rimane comunque la mia migliore amica e che non serve sentirsi tutti i giorni. Ma fino a che punto?? E’ un compromesso che io ho stipulato con me stessa per cercare di salvarmi, quindi una grande balla???
Perché, sì, mi sento sola da questo punto di vista. Allora il compromesso è un modo per mandare avanti un rapporto o è solo un modo per coprire tanta merda e non farci male??
Sono quelle stupidaggini che ci vengono in mente quando un uomo mette le mani addosso ad una donna. Cominciamo a coprire la merda con “no, ma lui mi ama”, ” non lo fa perché mi vuole fare male”.. e così a non finire.
In tutti i rapporti ci sono persone che non ti rispondono, che non ti cercano, che non si curano dei tuoi sentimenti e noi continuiamo a prendere sabbia e buttarla sopra ogni cosa, stipulando compromessi con le nostre paure.

Mi sembra che non esista nulla di vero o di puro in questo. Mi sembra che nessuno provi nei confronti dell’altro dei sentimenti immacolati, senza interessi, senza sensi di colpa, senza gelosia, invidia.. soprattutto mi sembra che ormai ci manchiamo tutti di rispetto ogni santo giorno e di fronte a queste cose o ci rassegniamo o, appunto, ci raccontiamo delle balle che chiamiamo compromessi.

Riporto l’incipit di questo film:

” Una ragazza non dimentica mai il primo ragazzo che le piace, anche se le cose non vanno tanto bene. […] Ma di solito c’è lì qualcuno che offre perle di saggezza. […] Ed è fatta, è così che iniziano i nostri problemi. […] Sapete che vuol dire questo? Che siamo tutte incoraggiate, anzi, programmate a pensare che, se un uomo si comporta come un perfetto stronzo, vuol dire che gli piacciamo. […] Perché ci raccontiamo queste stronzate? Possibile che sia perché abbiamo troppa paura? Ed è troppo difficile dire l’unica verità che è davanti agli occhi di tutti e che non vogliamo vedere?
La verità è che non gli piaci abbastanza. “(Gigi)

Quello che mi chiedo appunto è… il coraggio di una persona è direttamente proporzionale ai compromessi che stipula o il contrario?? E’ più coraggiosa una persona che non si racconta mai balle e vede le cose come sono o è più coraggiosa una persona che se le racconta per cercare di dare un senso ad eventi e persone che un senso non ce l’hanno?

Quella che io considero l’ultima delle mie amiche, lo è davvero??
Perché io non lo so più.
L’unica cosa certa che so è che ho una seria difficoltà nell’iniziare un rapporto di vera e sana amicizia e penso che sia tutta colpa mia perché ormai il mio senso di fiducia nei confronti del prossimo è atrofizzato ed anche molto cinico.

Comunque, ho chiesto ad una persona cosa sia un compromesso e lei mi ha risposto che il compromesso è rinunciare a delle cose per avere benefici che altrimenti non si avrebbero. Come sempre, ognuno vede il bicchiere come vuole.

Chissà… è una differenza sottile. Sono io che la vedo nel modo sbagliato?