Acquariasmus

C’è una scena ricorrente nella mia vita: quella di un acquario. Ovunque io vada, mi ritrovo davanti ad un acquario e resto spesso ad osservare e pensare a come sia vivere in un mondo così calmo e perfetto.
C’è un acquario di pesciolini nati con delle deformazioni nel laboratorio in cui sto facendo l’Erasmus.  Ogni volta che mi sento triste (e quando sei lontano da casa e da tutti i tuoi affetti succede spesso) mi fermo a guardarli e un po’ li invidio perché niente può scalfire la loro tranquillità lì dentro. Mi fermo a pensare anche a quanto sia tremendamente triste che al suo interno tutto sia finto e artificiale e così mi rendo conto di desiderare qualcosa che va contro la vita stessa.
L’acquario è fermo, pulito, calmo, perfetto; la vita è in continuo movimento, sporca, caotica e totalmente imperfetta. Non abbiamo problemi ad osservare cosa vi sia all’interno dell’acquario, perché il vetro è trasparente, limpido…ma abbiamo problemi ad osservare all’interno della nostra anima perché niente è chiaro e tutto è contaminato.
Provate ad immaginare quanto l’anima debba essere in subbuglio per desiderare cotanta tranquillità e pace!!!

Il mio Erasmus mi ha riportato indietro a tempi che avevo dimenticato. Sto vivendo mille emozioni qui, molte negative, alcune positive, e sto riscoprendo, attraverso il grigio, tutti i colori della vita. Avevo sotterrato parti di me sotto anni di abitudini e riscoprire la me ventenne mi ha messo al centro di un uragano. E’ come un tiro alla fune, da un lato c’è la me che vuole un futuro certo, roseo e sicuro, dall’altro lato della fune c’è il caos e la me che commette sbagli ogni giorno della sua vita. Ovviamente, essendo una situazione provvisoria, cerco di bilanciare le mie emozioni, ricordandomi sempre da dove vengo e dove voglio andare, perché per navigare in mare (in questo caso nell’oceano) bisogna avere una rotta ed essere sicuri, altrimenti le onde immense rischiano di schiacciarti.

Ciò che di più sorprendente ho scoperto è quanto io sia legata alle mie radici, alla mia famiglia, ai miei amici. Ho sempre pensato di essere una persona che ama viaggiare, che vuole essere libera e mai avrei pensato di dover affrontare un senso di nostalgia così tremendamente forte. Il mio Erasmus è diverso da quello degli altri, forse perché la mia età è un po’ sopra la media,  perché sono cresciuta negli ultimi anni. Molti vedono l’Erasmus come un’esperienza per divertirsi, per facilitarsi gli studi, per essere totalmente liberi… io lo vivo come una scoperta, ogni giorno, della mia persona e delle cose che mi circondano, un vero e proprio viaggio introspettivo.
Che noia è… lo so!! Però sono venuta qui per imparare nuove cose in generale e non per uscire ogni sera, ubriacarmi, andare a ballare (cose che ho fatto già per tanti anni). Vedo gioventù che spreca il suo tempo, sempre distrutta, annoiata dalla vita, sembra che le loro esperienze siano legate solo a quante ore passano fuori, a quante birre bevono, a quali droghe usano..invece non si rendono conto che stare fuori ti permette di fare molto più di questo!! Sto incontrando tanta superficialità, tanta povertà d’animo..mi rendo sempre più conto che quello che dicono sulle nuove generazioni è tristemente vero. In Italia, avendo il mio gruppo di amici, non mi ero mai posta il problema di fare nuove amicizie ecc.. qui, provandoci in tutti i modi, sto conoscendo persone di ogni genere e da molte di esse vengo tristemente delusa. Ragazzi il cui unico scopo è fare sesso,  che non sono in grado di avere una reale conversazione, di guardarti realmente negli occhi. Persone completamente perse.. e questo mi spaventa tantissimo e spesso mi fa sentire molto sola. Però di questo parlerò un’altra volta…

 

Il vuoto delle cose.

Sapete ultimamente mi sto interrogando molto sul “vuoto”. Perché è il vuoto che ci frega tutti, niente altro che il vuoto. E’ la cosa di cui ho più paura, ho paura che in me dentro un’apparente brughiera verde si nasconda un buco nero nel quale prima o poi cadrò e mi farò molto male. So che in generale nella mia vita ci sono una marea di cose irrisolte che potrebbero concludersi in un incendio enorme che brucerà tutta l’erba verde e fresca.

Una volta il mio ragazzo mi chiese quale fosse la mia paura più grande ed io gli risposi che era quella di provare un dolore così grande da non rialzarmi più. Lui ci rimase di stucco perché non era una risposta leggera insomma, nemmeno scontata. Gli avrei potuto dire che avevo la fobia dei serpenti, che ho paura che domani un tram sbam mi investa e tante altre cose brutte. Invece no, gli ho detto la verità.

Ieri sera mentre parlavamo mi ha detto che secondo lui il dolore si combatte e basta, che, quando vedi un amico in difficoltà, devi andare lì e sbattergli la verità in faccia, poi sta a lui decidere cosa fare. Il problema è che G. non considera nell’equazione generale del dolore due costanti fondamentali: la fragilità e la debolezza.
Anche io vorrei che tutti quanto fossero abbastanza forti per affrontare la vita ma la verità è che certe volte il passato ha la meglio su tutto, perché non tutti i dolori hanno lo stesso peso e purtroppo alcuni sono troppo difficili da sopportare.

C’è un sottile momento, un breve instante in cui le braccia che hai usato fino a quel momento per combattere contro tutti si abbassano e da quel momento non sfuggi più e non torni nemmeno più indietro. Io l’ho visto con mia madre. Non si può dire che lei abbia avuto una vita facile anzi, è stata complicata e bastarda sin dalla sua infanzia ma lei nel suo piccolo mondo ha sempre cercato di avere la meglio su tutto. Poi qualche anno fa le è successo un evento che l’ha cambiata drasticamente e, lì,  lei ha abbassato le braccia e non è riuscita più ad alzarle veramente per combattere, al massimo le alzava per far capire alla vita “guarda che una parte di me c’è ancora.”

Mia madre, già fragile e “debole” di suo, ci ha provato con tutta sé stessa, io lo so, ma ci sono eventi così dolorosi, che fanno così male nella vita di una persona che poi non ne esci più vivo. Il dolore è così: tanto fa bene, poco e troppo fanno male.

E ci dovrebbe essere una pena da parte della vita per noi, ma la vita non ha grazia e non ha gratitudine. A chi sembra dare tutto, a chi niente, ma alla fine niente è come è veramente.

Che c’entra il vuoto con tutto ciò??

Il mio professore di farmacologia due anni fa ci disse: ” Ragazzi questo è il momento per voi di credere in qualcosa più di ogni altra cosa. Prendete i capi mafia: sono persone che cercano di difendersi anche davanti la cruda ed amara verità che uccidono tutti i giorni. Ma loro sono talmente convinti che ciò che fanno sia giusto che non gliene importa niente. Nel bene o nel male per salvarvi da depressione, ansia e dal vuoto che c’è dovete credere fermamente in qualcosa e lo dovete costruire finché siete in tempo, dopo sarà troppo tardi.”
Insomma il succo del discorso che è venti anni è l’età per credere fermamente, per trovare qualcosa (di sano naturalmente) a cui appendersi con tutti sé stessi.
Ci penso spesso a quella frase. Se tornassi indietro studierei musica, forse canto, perché le passioni secondo me salvano dal vuoto. Qualsiasi passione, qualcosa che ti salva, anche scrivere è una passione. A me scrivere fa bene per esempio e ne sento il bisogno perennemente. Anche perché non saprei come sfogare tutto quello che osservo. Anche fare sport mi fa benissimo: in quelle ore non penso più a niente ma sudo, sudo, sudo, una specie di rito catartico che mi serve ad espellere tutto ciò che è negativo. Mi fa bene leggere ed ascoltare la musica. Magari sembrano cose stupide ma sono quelle che rimangono quando tutto va via. Rimane quello che consola e che “coccola” la tua anima. Magari, se sei fortunato, rimane anche qualche persona che ti ama o che ti vuole semplicemente davvero bene.