Oggi è blu.

Oggi è blu.

Blu come il cielo, come i viaggi che vorrei fare, come il profumo del mare,
come un telo di seta che si posa sui miei occhi stanchi.
Blu come la schiuma di un’onda di speranza che spazza via la stanchezza.
Blu come la pellicola lucida di un film che vorrei fosse la mia vita..blu come gli occhiali da sole che si chiudono come le tende di un teatro sulle mie lacrime.
Blu come il rossetto che colora tutti i baci non dati.
Blu come gli abbracci ed i baci, quelli veri e blu quando non sai più dove sono andati a finire.
Blu come quando i sentimenti cambiano e quando diventa complicato stare insieme.
Blu come la bici con il vento in faccia.
Blu come la bellezza e la musica, come i sogni e la voglia di cambiare.
Blu come le cuffie che mi portano in tutte le vite che non ho vissuto.

Blu..ma che ci faccio qui???

Blu..non so cosa sto succedendo. Allora niente penna nera oggi, solo blu perché mi dà speranza.

Blu come le parole, blu come le incomprensioni.
Blu come la lontananza e la diversità. Come i litigi e come le urla.
Blu quando mi arrabbio, blu come quando vorresti che una persona fosse con te, invece non c’è.
Blu quando vado troppo a fondo e mi faccio solo male. Blu quando non so come non farlo.

 

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Loro sono macigni ma noi siamo giganti.

Torno qui, tra le mie montagne.. ogni volta che dall’autostrada vedo questi paese immersi in una vallata, nemmeno troppo alta, mi domando: “Ma io che ci faccio qui??”. Le montagne che guardo da quando sono piccola, riconosco le loro onde, che magari fossero del mare.

Ogni tanto mi chiedo perché sia così strana..ovvero perché tendo ad essere così poco perfezionista nella mia vita quotidiana di azioni e così troppo nei miei sentimenti e nei gesti degli altri. Mi dicono tutti che sono “smemorella”, ma li vorrei far entrare io nella mia testa, io che mi guardo sempre intorno, troppo, che conto i capelli e i momenti. Ma che ne sa chi è spensierato di tutto ciò, di questo andare sempre oltre il proprio naso, oltre le cose, oltre i gesti quotidiani che compiamo. Come mi ricordo gli sguardi delle persone!!..mi rimangono addosso. Capite?? Che  significa?! Sono distratta mentre cucino ma non mi dimentico dei gesti.

Solo che ultimamente questa cosa di andare oltre mi sta sfuggendo di mano perché adesso con G, è un po’ diverso. Lui ha una leggerezza che io gli invidio tantissimo, invece io mi sento un gigante. Un gigante (me) con una farfalla (lui). Lui non mi osserva mentre stiamo in giro, non fa troppo caso ai miei sguardi, lui semplicemente si fida di me. Vive tranquillo e non avverte competizione o altre cose.

Io martedì andrò al matrimonio della sua prima fiamma, quella che a Ferragosto scorso guardava in quel modo. Quella della sua adolescenza, per cui una sera mi ha anche lasciato. Diceva che non era mai stato innamorato di lei quanto di nessun altra. Io devo andarci a quel matrimonio e già lo so i suoi sguardi quali saranno, ma io non li voglio vedere perché, già ho i miei complessi e i miei pesi, a me non va di mettermi addosso pure i suoi. Non voglio osservarlo più. Solo chi va sempre oltre può capire quello che intendo.
Ad un certo punto quello che vedi, diventano sassi da portare dietro gli occhi..e poi macigni e poi tantissime paure. Io voglio la leggerezza dei saggi di Calvino, di Cavalcanti. Perché il fondo, anche se quello che sto per dire è poco poetico, sono tutte pippe mentali. O almeno la stragrande. Pensieri negativi che ne portano altri e poi fanno stare male, quando le sfaccettature della vita sono a milioni e noi non possiamo conoscerle tutte. Possiamo solo conoscere le nostre e comprenderle, non confondendole con quelle degli altri o con quelle dei libri. La vita è un’altra cosa. Non sono i sassi dietro gli occhi ma le lenti con cui noi osserviamo. E anche se abbiamo qualche sasso, dovremmo imparare a tirarlo sul lago e fargli fare mille rimbalzi, mille capriole, per infine scoprire il vero significato della felicità, della leggerezza e della bellezza. Ma non è così semplice, è necessario molto tempo e fatica. Lezioni per sé stessi, per imparare ad essere migliori e non fermarsi davanti alle apparenze, per quanto possano essere incalzanti e forti. Loro sono macigni, ma noi siamo giganti. E le possiamo far rimbalzare anche mille volte, se solo volessimo. Voli acrobatici per buttarsi dietro tutto.

Sogni a occhi aperti…

Questa sera vi vorrei raccontare di un sogno che faccio molto spesso quando mi capita di ascoltare una bella canzone. Adesso, per chi fosse curioso, sto ascoltando una meravigliosa playlist di Spotify che si chiama “Cozy evening.”
Comunque.. il mio sogno, anche se questo va contro la realtà e le persone che ne fanno parte, è quello di rincontrare un amico che non vedo da tempo. Una persona di quelle che quando le rivedi di sorpresa, in un pub mentre bevi una birra o ad una festa, è come se tutto ti rimettesse a posto. Capite??
Un’isola in un mondo così vasto. Quella persona che quando riguardi negli occhi sembra che non sia passato nemmeno un  lampo di tempo tra quelle onde e particelle di luce che vi distanziano. Che ti risistema il caos che hai dentro e che ti fa fare un sospiro di sollievo e pensare “Finalmente da adesso in poi andrà tutto meglio”.
Che basta guardarla negli occhi per capire che ci sono legami che nessuno al mondo potrà mia cambiare, che rimarremo sempre nel cuore delle persone giuste. Che volere bene a qualcuno non sempre significa rimanere fregato, come con chi che ti usa e ti butta insieme nei dimenticatoio della vita.
Vorrei avere da qualche parte del mondo una persona, un amico, che mi venisse a salvare laddove non mi sento felice o non a mio agio, che mi legga negli occhi e capisse tutto quanto.
Sogno sempre questa cosa, anche se non ho amici lontani poiché non sono riuscita mai ad avere un amico maschio.
Ve lo volevo raccontare perché uno dei miei sogni è quello di essere ricordata da qualcuno così, poiché ho chiuso sempre tutto in maniera definitiva e con rabbia quindi non ho mai lasciato uno spiraglio di speranza per riprendere i rapporti. Sia perché oggettivamente alcuni non lo meritavano sia perché, essendo una persona molto impulsiva, tendo a sparare a mille senza rendermene conto.
Vorrei tornasse qualcuno da me a dirmi “Grazie per aver fatto parte della mia vita.”
Invece da me non torna mai nessuno, se ne vanno e sembrano pure felici di essersene andati. Ho qualcosa che non va?? Forse solo L si è accorto di questa cosa e ha provato a fare minimi passi ma mai niente di particolare. G è tornato quella sera ma certe volte non so nemmeno io perché.. a parte loro due nessuno è mai tornato.
S&S hanno tagliato i ponti e sembra che questo non gli abbia fatto per niente male quando io da un anno a questa parte mi sento dentro un terremoto e sto cercando piano piano di rimettere a posto i pezzi.
Forse vorrei semplicemente qualcuno che mi comprenda davvero e che mi dicesse, anche attraverso solo uno sguardo “Anche se sei un disastro, io ti voglio bene veramente”.. ecco.
Che non mi facesse sentire un mostro, ma un bruco che sta per diventare una splendida farfalla.

Saggio sul naso adunco!!!

Il termine favola deriva dal latino “fabula”, che a sua volta deriva dal greco “femi” che significa dire, raccontare. Dalla sua etimologia, che è la stessa di fiaba, si può ben capire che la parola si trova al centro di questo genere.Naturalmente molti conoscono fiabe e favole sia provenienti dal mondo antico come quelle di Esopo o come le novelle de “Le mille e una notte”‘, sia più recenti, basti pensare alle fiabe che la Disney ha raccolto sottoforma di splendidi cartoni.

Lo scopo della fiaba non è soltanto “edonistico” ma consiste soprattutto nell’insegnare, nell’inviare un messaggio a coloro che la leggono oppure l’ascoltano.

I protagonisti di queste storie però non sono soltanto fanciulle belle, umili ed ingenue, vecchi saggi ed intelligenti, ma anche personaggi malvagi, misteriosi, ipocriti che ostacolano i sogni e le azioni del protagonista, i cosiddetti antagonisti.Gli antagonisti di solito hanno un aspetto quasi orribile, forse appunto per il ruolo che rivestono all’interno di questi racconti.

Sicuramente il primo degli antagonisti che ci viene in mente è la strega, con il suo cappello nero, i capelli lunghi e sporchi, le unghie aguzze , la pelle piena di rughe, la scopa magica ed infine in naso adunco. Gli elfi, gli hobbit, le volpi, gli avvoltoi, insomma i personaggi più misteriosi,anche più furbi e cattivi, hanno il becco adunco.

Ma nella categoria dei personaggi dell’ “adunco”, possiamo citare anche il famoso nemico di Peter Pan, il Capitan Uncino; Adunco infatti è una parola che deriva dal latino aduncus a sua volta derivato da uncus che significa appunto uncino.

Nel corso del tempo ho notato però un’altra caratteristica che riguarda il naso adunco.

Moltissimi tra i letterati, i filosofi, coloro che coltivano gli studia humanitatis sono rappresentati con il naso ricurvo. Basti pensare al sommo poeta Dante che non aveva effettivamente il naso aquilino, ma allora perché raffigurarlo in quel modo? Forse perché il poeta è il rappresentante per antonomasia della parola e l’importanza di Dante, che è considerato il padre della lingua italiana, è a tutti nota. E’ possibile, secondo me, anche che vi sia uno stretto rapporto tra il naso adunco delle streghe delle favole e quello dei poeti, che hanno usato la parola in modo limato, elegante, per esprimere qualcosa; alcuni per descrivere il loro sentire, altri come Dante fa nella Commedia, per diffondere insegnamenti universali. D’altronde la Commedia e le favole hanno lo stesso scopo, quello didascalico, e cioè quello di insegnare.

Il problema però è: quanti di noi sanno che il naso delle streghe è detto non “a gobba” oppure lungo, ma adunco???

Probabilmente solo una piccola parte della popolazione è a conoscenza di ciò. Quella parte che non si limita a guardare i film della Disney ma legge anche le storie dalle quali derivano e si fermano un attimo a pensare a cosa significhi adunco.

Forse i media sono diventati l’alternativa moderna al Capitan Uncino?? Forse a  causa dei messaggi che siamo abituati ad ascoltare o a quelli che mandiamo con il nostro cellulare, usando delle abbreviazioni per fare prima, non conosciamo la maggior parte del vocabolario?? Forse sono il tempo o la pigrizia ad essere il nostro Capitan Uncino?

Le favole non potrebbero essere raccontate senza l’utilizzo della parola, il mezzo con cui comunichiamo tutti i giorni. D’altronde la parola è alla base della società stessa.

Come avremmo fatto a vivere civilmente, in pace tra di noi, in una condizione di bene comune, se non ci fosse stata la parola? Come faremmo a raccontare le nostre storie, a sottrarle dalla morte del tempo? Come faremmo a scrivere poesie, a comunicare agli altri i nostri sentimenti? Come faremmo a liberarci da un segreto,, a liberarci da una condizione di schiavitù o di soprusi, senza la parola??

Esopo e Fedro, i primi autori di favole, erano schiavi e Fedro, in una sua fabula, afferma che la schiavitù, soggetta ai padroni, non osando dire ciò che voleva, traspose le sue opinioni in brevi favole. Così la parola, se non nel senso fisico, liberava gli schiavi dell’antichità dalla schiavitù morale, permettendo loro una parte di libertà.

In effetti là dove essa manca, molto probabilmente c’è qualcosa che non va, forse rassegnazione e distruzione.

Non sappiamo che significa adunco perché non ci servono più le streghe? Non abbiamo più bisogni delle parole, che qualcuno ha custodito per far sì che le generazioni future abbiamo la possibilità di impararle, di saper comunicare i propri sentimenti?

Forse no, perché siamo una società materialista, troppo occupati dalle nostre ambizioni, dimenticando i nostri valori e dimenticando le nostre origini.

Con il passare del tempo infatti nella lingua di tutti i giorni subentrano molte parole che derivano dall’inglese, alcune dal francese e imparando queste ci dimentichiamo delle altre italiane. Per cui aggiungendo alla nostra scarsa conoscenza, questa sorta di neologismi, che ne deriverà ?

L’unità di un paese è data soprattutto dalla sua lingua, in modo che indipendentemente dalla regione in cui viviamo, siamo capaci di comunicare con gli altri.

Ma se dimentichiamo la lingua italiana, un giorno l’Italia non esisterà più e non esisterà più la storia e non esisterà più alcuna identità. Perderemo le nostri origini, perderemo le favole, le fiabe, la parola, ciò che ci rende uomini. Quindi saremo schiavi, schiavi dell’ignoranza, e della superficialità e non potremmo più raccontare favole, fiabe, le nostre storie, i nostri sentimenti. Saremo macchine che compiranno solo azioni, senza pensare al lato poetico della vita, a quello più umano.

 

 

La paura di amare.

Ricordo la prima volta che ti ho visto. Hai aperto la porta a cinque ragazze con una faccia spaventatissima e i capelli arruffati, proponendo di guardare un film perché non sapevi cosa dire.
Io mi sedetti al divano davanti al tuo ma ti sbirciavo comunque con gli occhi, un po’ invidiosa di chi ti stava vicino. Poi ci siamo conosciuti e la tua mente mi aveva letteralmente catturato. Non lo dissi a nessuno soprattutto perché mi resi conto che il tuo interesse verteva sulla persona che ti era seduta vicino quella sera.
Allora mi feci da parte, rientravo a casa e ti vedevo seduto sul divano a guarda “Il signore degli anelli” abbracciato a lei. Io intanto per fortuna mi innamorai follemente di A.
Poi arrivò l’altra, ma io non mi spiegavo perché continuassi a farmi solletico o a farmi i bagni con i palloncini di acqua l’estate. Giocavamo con il pallone da rugby e mi insegnavi tante cose. Eri come l’amico di infanzia che avrei sempre voluto.
Passò l’estate ed arrivò settembre e, di fronte ai nostri amici che ti parlavano di me, tu rispondesti che ti stavi già sentendo con una ragazza.
Io me lo ricordo quando me lo dissero S. e S., mentre passavo lo straccio in cameretta, le lacrime e la rabbia che mi venne, mi sentii presa in giro. Probabilmente su quel pavimento ci sono ancora i segni.
Ci misi una pietra su. Per me eri finito in quello stesso istante.

Poi l’anno scorso sei tornato con la tua delicatezza e la tua pazienza. Ti sei fatto milleeuno volte una strada lunghissima, in questa città così fredda, per venirmi e trovare, anche solo per darmi un bacio. E io mi sono riinnamorata di te milleeuno volte, ogni volta che ti vedevo entrare infreddolito e mi lasciavi le labbra umide e fredde.
Mi sono innamorata delle tue passioni, del modo in cui guardi il mondo, delle tue mani e del modo in cui mi fanno sentire quando mi accarezzi, dei tuoi gesti come quando ti passi la mano tra i capelli, di come mi togli lo zaino quando entro a casa.
Amo passare il tempo con te e da quando ti conosco, non desidero fare altro.

Questi ultimi tempi però sono un po’ preoccupata perché ho paura che mi sia affezionata troppo. Ho paura di rimanerci male, ho paura di non riuscire a prendere le scelte importanti per il mio futuro per restare qui con te.
Ho paura della distanza, che qualcuna possa intrufolarsi tra di noi se io non sono qui ad accarezzarti i capelli quando sei stanco.
Mi hai cambiata, mi hai reso sotto alcuni punti di vista una persona migliore e hai realizzato tantissimi miei desideri. Sei stato, sei e spero sarai lo snodo del braccialetto con tutti i miei desideri espressi con le candeline e con le stelle candenti.
Vorrei farti capire quanto sei importante per me e l’altra sera, a vederti piangere  sul letto e chiedermi “che cosa ti ho fatto? non sei più quella di prima”, mi è venuta una morsa al cuore che mai avrei immaginato.
Vorrei tanto farti capire che l’unica cosa che hai fatto è farti amare più di ogni altra cosa. E che adesso, tutte le mia paure e le mie insicurezze stanno uscendo perché io non potrei mai immaginare un futuro senza i tuoi occhi.
E’ questa la verità. Perché sei il mio posto nel mondo preferito e ho paura a scrivere altre cose. Hai lasciato i ricordi più belli e meravigliosi nella mia vita e mai avrei pensato che una storia del genere potesse capitare a me.
Ho tanta paura ma mi impegnerò per farti restare vicino al mio cuore.

Vorrei tanto che tu potessi leggere queste cose.

Sul balcone, una sera d’estate.

“Raccontò che c’erano due strade, per tornare a casa, ma solo in una si sentiva il profumo di more, sempre, anche d’inverno. Disse che era la più lunga. E che suo padre prendeva sempre quella, anche quando era stanco, anche quand’era vinto. Spiegò che nessuno deve credere di essere solo, perché in ciascuno vive il sangue di coloro che l’hanno generato, ed è una cosa che va indietro fino alla notte dei tempi. Così siamo solo la curva di un fiume, che viene da lontano e non si fermerà dopo di noi.”
Alessandro Baricco, Questa Storia

Stasera mi sono seduta con mia nonna sul balcone a prendere aria fresca, come direbbe lei!
L’ho sempre ammirata ed in qualche modo lei è per metà la mia figura materna.
Non che mia madre non sia una brava madre, ma ha avuto una vita molto difficile, è sempre stata una persona estremamente sensibile. Questo è il motivo per cui io la amo come persona, ma la amo un po’ di meno come madre.
Mia nonna è una donna di altri tempi. Forte, coraggiosa, conservatrice.
Ha le stesse lenzuola bianche da quando si è sposata e, anche se si rovinano, lei le ricuce.
Mi ha raccontato di quando faceva il pane, con la grazia e la pulizia di cui solo un tempo erano capaci. Di come lei e mio nonno si sono costruiti tutto da zero e passo dopo passo. Di come nella sua cultura di madre e di donna, non si butta via niente.
Inutile dire che erano altri tempi, ma quando lo racconta, io vorrei tanto poter essere un fantasma per riviverli.
Me la immagino per casa, con il grembiule e gli orecchini d’oro, a correre dietro quella peste di mio padre, mentre deve badare ad altre mille cose; oppure a fare il sugo con l’olio e l’aglio “spraffato”, come si direbbe da noi.
Erano tempi in cui si conservava l’impasto del pane per la volta dopo, dove si aveva il vestito bello della domenica per andare a messa, e le donne non abbandonavano mai la loro dignità. Nonostante fossero tutte probabilmente molto belle, soprattutto perché erano naturali. Al massimo ci si poteva permettere un filo di rossetto rosso, sempre di domenica però.
Conosce le storie e i soprannomi di tutti i miei vicini, anche quelli distanti chilometri che abitano là, sulla collina dove si vede la luce. E, anche se traspare un filo di civetteria, dalle sue labbra mi sembrano che non escano mai le cattiverie che, invece, escono alle mie colleghe di università o alle mie coetanee.

Vorrei essere lei per aver vissuto quei tempi, sì duri, ma anche puri e innocenti. Tempi in cui si aveva un solo uomo e lo si teneva, vuoi o non vuoi, per tutta la vita; in cui a quindici anni avevi già imparato a cucinare e a venti ormai conoscevi tutti i segreti dell’essere una perfetta padrona di casa. Adesso a venti anni c’è gente che non sa usare la moka del caffè! Erano anni in cui ogni cosa era preziosa. I sorrisi, il cibo, i vestiti, i sentimenti, gli sguardi e la famiglia era la cosa che più contava.
Mi piacerebbe davvero vivere in un mondo così, perché lì di meraviglia ce ne stava davvero molta!

C’è un punto in cui se la felicità non arriva da sola, ce la dobbiamo un po’ inventare.

E’ la quarta volta che inizio a scrivere.
Vorrei dire tante cose…tipo di quanto mi sento triste in questo momento.
Però mi viene solo da pensare che tutto si riaggiusterà, voglio avere fiducia.
Che domani arriveranno nuove e belle notizie ed io dovrò smetterla di avere mal di testa perché devo pensare a milleeuno cose.

C’è un punto in cui se la felicità non arriva da sola, ce la dobbiamo un po’ inventare.
Il periodo prima che iniziassi l’università lessi un libro (Mr Gwyn-Alessandro Baricco). Mi ricordo i pomeriggi autunnali passati su quel mattone, in quella camera vuota in costruzione, a leggere. Mi veniva ogni volta da piangere. A guardare l’orizzonte con i suoi colori e le sue sfumature, mentre ascoltavo musica che di certo non aiutava.
Sono sempre stata una persona super sensibile, non so perché.
Sono estremamente brava nell’osservare le cose, ma non altrettanto nel viverle.
Mi piace prendermi i momenti per fuggire dal mondo. Nonostante io stia crescendo, questo non cambierà mai.
Mi sento come uno scoglio, tutto quello che porta con sé la corrente mi si attacca addosso.
Non so come spiegarlo…non tanto le parole, quanto gli sguardi ed i gesti delle persone.
Vorrei essere meno brava nel capire la gente, nell’andare sempre più in fondo alle cose. Vorrei essere come un gabbiano e guardare solo la superficie del mare, facendo giravolte e tuffandomi a fior d’acqua..invece a me piace scavare, quasi un atto di autolesionismo.
Di certo non pecco di superficialità, anche se alle volte mi piacerebbe.

So che questo mi aiuta ad avere occhi diversi per girarmi intorno e so di essere una persona abbastanza intelligente da capire molte più cose di quante me ne abbiano insegnate. Che ci faccio con la mia ipersensibilità??
Non ci costruisco navi o palazzi, non ci posso fare quasi niente. Posso solo cercare di plasmarla in modo tale da non farmi molto male e in modo tale da usarla sempre nel migliori dei modi, ad esempio cercando di aiutare gli altri.
Salvare qualcuno è sempre stato uno dei miei sogni…non tanto salvarlo da un probabile suicidio chiariamo. Intendo tipo prenderlo per mano e fargli avere nuovi occhi per osservare le cose.
In realtà al momento mi piacerebbe solo avere qualcuno con cui non dover far finta che vada tutto bene, ma in senso positivo. Qualcuno con cui poter stare in silenzio senza imbarazzarmi o senza dover parlare di cose futili ed inutili. Senza sentire di non essere abbastanza e senza sentirmi sbagliata. Ma se esiste una persona così..insomma sono io.
Devo imparare a volermi più bene. Anzi devo imparare ad amarmi!
Imparare ad amarmi! Imparare a stare bene da sola!
Il resto…pazienza. Al momento non ho tempo.

Che ci fa un drago su un petalo di rosa??

Stasera, per volare un po’ con la mente e per non pensare sempre alle stesse cose, vi racconto di come sia entrare in una libreria e scoprire che, oltre questo, c’è un mondo meraviglioso.
L’universo di chi si mette o per solitudine, o per felicità, per sfogarsi, per riflettere, per inventare, per curarsi o per innamorarsi, davanti ad un foglio bianco.
Io così me lo immagino uno scrittore… davanti un foglio bianco, metafora della purezza e della limpidità del nostro animo senza righe e senza alcuna difesa.
Io scrivo per guarire o per sfogarmi. Lo faccio perché mi aiuta molto.
Non ritengo scrittore solo chi pubblica libri o scrive storia fantastiche..beh, in quel caso, tanto di cappello. Ritengo scrittore chi sente il bisogno e per bisogno intendo quello slancio, quel grido dell’anima che deve uscire fuori dalla sua prigione; che deve lenire le sue ferite e deve dar sfogo alle sue paure.
Scrivere è sia un petalo di rosa che si inchina davanti alla rugiada, sia un guerriero che lotta contro il drago più grande che ci sia. Agli opposti, male e bene.

Non mi ritengo particolarmente brava a scrivere..sicuramente adesso ci ho anche perso un po’ la mano. Ma il bisogno di mettere nero su bianco è incessantemente dentro di me! Come ieri quando alla stazione sono rimasta a fissare i piedi di questo uomo con i sandali aperti e questa donna con un tacco nero quasi a spillo…che a quel punto a uno gli viene da chiedersi: come fanno a stare mano nella mano?? Ma, nello stesso istante in cui lo pensi, hai già capito. Questa è la bellezza e questo bisognerebbe insegnare:
ad osservare ed innamorarsi!

Tornando alla frase con cui ho aperto il discorso..entrare il una libreria beh..è come entrare in un mondo che non è qui con noi. Non è nemmeno paradiso o inferno, ma è un mondo in cui si fondono tutti gli stati dell’essere umano, tutte le sue precarietà  e i suoi opposti. Mi fa sentire a casa! Non mi fa sentire giudicata oppure sbagliata oppure totalmente imperfetta rispetto a qualcuno o qualcosa. Mi fa sentire bene! Queste sono le uniche cose che riescono a farmi stare in pace con tutti e probabilmente non ci sarà mai una persona che potrà fare lo stesso.

E’ una vera e propria medicina per la mente e per il cuore.
Per chi si sente solo o sbagliato e sente che l’effimero del mondo non gli basta, ma sa che c’è qualcosa che va oltre tutto questo e quel qualcosa va espresso..non solo tramite la scrittura, ma anche attraverso l’arte in generale.

Different eyes.

Ieri sono andata a tagliare i capelli, taglio netto… come sempre!
Mentre più di metà dei miei lunghi capelli mossi cadeva sul pavimento, pensavo a tutte le storie che ognuno di loro potrebbe raccontare..baci, pioggia, lacrime, sapori, odori, litigi, parole! E’ come se tagliare i capelli fosse un modo per archiviarle una volta per tutte, soprattutto quelle brutte.
Poi, come per ogni donna che si rispetti, mi son venute le solite domande: chissà se sarò bella come prima?? Chissà se gli piacerò quando mi vedrà??
Allora mi è venuto da pensare di quanto sarebbe bello se, invece, il mondo lo vedessimo con gli occhi degli scrittori. Se quel ciuffo che si alzerà dopo che la piega dal parrucchiere non sarà più perfetta sarà il motivo per cui qualcuno si innamorerà o si meraviglierà di quel particolare, invece di puntare o giudicare perché va contro ogni tipo di stereotipo di bellezza moderna! Capelli perfetti, gambe depilate, corpo fantastico, unghie lunghe, cervello atrofizzato.

Tutta questa plastica! Sono tutte così finte!
Invece a me piacciono le cose vere. Mi piacciono i capelli scompigliati e anche, perché no, vedere qualche pelo che sbalza fuori da un poro della nostra pelle. Perché siamo esseri umani e l’imperfezione è quella che ci dà poesia.
Questo pensavo..se ogni cosa avesse un filtro di bellezza, una visione nuova di chi ha imparato a guardare oltre il suo naso, di chi sa che nella vita la ragione non è di nessuno ma ognuno ha la propria storia con i propri dolori ed ogni sfumatura è bella.

Dovremmo imparare ad essere più umani. Imparare che perdonare non è da deboli, ma è da persone mature ed intelligenti, perché nella vita tutti, nessuno escluso, sbagliamo. Ogni giorno, anche tre volte. Dovremmo imparare che la bellezza non è soltanto la velina di turno con il fisico da schianto e il bikini che lascia intravedere le loro forme perfette, ma è anche la ragazza seduta in biblioteca senza trucco, con gli occhiali e la gambe un po’ più paffutelle. Anche quella è bellezza, ma un altro tipo. Che nessuno sa riconoscere.

A me non interessa delle vostre foto in bikini al mare o di quanto possiate essere belle. A me interessa chi sa parlare e sa raccontare, anche solo con gli occhi. Perché dagli occhi non sfugge via niente. Sono loro che raccontano tutto. E sono stanca di questo conformismo perché è soffocante e denigrante. Io voglio aria pulita invece!

“Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli la speranza.” – Seneca

Eccoci qui!!! E’ un bel po’ che non scrivo sul blog! Non che io non ci abbia pensato, solo che sta diventando sempre più difficile scrivere. Lo diceva Pavese che scrivere è un mestiere!!!

E’ che fino ad ora ho scritto sempre quando ero triste e questo mi ha portato un po’ ad associare la scrittura alla tristezza, ma io non sono così.
Sono tristezza e malinconia, ma anche leggerezza e felicità, solo che le ultime fatico a esternarle, almeno qui, almeno nella mia anima.

La mia professoressa di letteratura al liceo diceva che Leopardi in fondo era un ottimista ed io l’ho pensato sin da quando, da piccola, mi fecero imparare a memoria “Il Sabato del villaggio”. 
Perché, nonostante l’ambiguità della constatazione, la felicità e il dolore vanno sempre insieme. Come il sole e la luna o l’amore e l’odio.
Odiamo ciò che amiamo, amiamo ciò che odiamo.
Così c’è sempre un po’ di tristezza nella felicità e un po’ di felicità nella tristezza.
Solo che si tende sempre a far emergere una sola delle due cose, anestetizzando l’altra e ciò non è produttivo perché bisogna lasciare che le sensazioni fluiscano, come un fiume …e non bisogna soprattutto avere paura.
Non bisogna avere mai paura.
Tutto in fondo è una questione di prospettiva!

A proposito di questo, ultimamente sono arrivata anche ad un’altra constatazione.. Cioè che nella vita non sempre otteniamo quello che vogliamo, anzi quasi mai. Però la forza e l’intelligenza non stanno tanto nell’avere la “pappa pronta” o nell’ottenere sempre ciò che si vuole; sta anche nell’adattarsi e nell’imparare a essere felici con ciò che già si possiede. Bisogna solo imparare a guardare le cose con occhi diversi, usare delle lenti a contatto colorate!!

Danzare, ecco! Si deve danzare e non smettere mai di farlo! Non opporsi alla tempesta ma ballare con il vento e farsi bagnare dalla pioggia. Non andare sempre contro la corrente, ma lasciarsi trasportare da essa e lasciare che le cose accadano, senza avere paura.
Iniziare le giornate con un po’ più di leggerezza e allontanare l’arrivo di brutti pensieri con quelli nuovi e più belli. 
Bisogna avere fiducia nella proprie possibilità e qualità, non pensare sempre che gli altri siano migliori di te… anzi! Quando qualcuno non si comporta come dovrebbe, un bel vaffanculo non guasta. Tanto, come dice il proverbio, “chi non ci sta, non serve”. 

Questo è un po’ quello che mi è passato ultimamente nella mente. Magari dopo approfondirò meglio, per adesso già è tanto se sono riuscita a mettere insieme due parole!! 
Ho imparato queste cose perché ho avuto una discussione con delle persone che mi hanno detto  parole che mi hanno- letteralmente- trafitto il cuore.
Adesso, grazie anche a loro, sono un po’ cambiata.. certo non è semplice, ma provare non costa niente..