Maudie Lewis – una vita a colori

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Ho appena finito di vedere un film che si chiama “Maudie – Una vita a colori” e sono davvero sorpresa dalla dolcezza di questo racconto.
La storia è quella di Maudie Lewis, una pittrice canadese nata nel 1903 che soffre di artrite reumatoide. Cresciuta in una famiglia molto sfortunata, un giorno risponde all’annuncio di un uomo che cerca una domestica e, da lì, i due si sposano e vivono insieme in questa minuscola casa dove lei inizia a dipingere tutti le pareti con i suoi colori.
Maudie poi diventa famosa grazie alla sua arte, un’arte in realtà molto infantile ma di una tenerezza unica.
Alla fine del film c’è lo spezzone di una ripresa che è stata fatta ai due nella loro piccola casa che mi ha fatto commuovere e non poco!

E’ bello vedere come l’arte possa salvare la vita di molte persone e donarle una poesia che altrimenti non avrebbe!
E’ meraviglioso sapere che ci sono storie come questa, di piccole ma grandi donne che son riuscite a cambiare il mondo da una stanza. Storie di persone che riescono ad esprimere le loro emozioni solo attraverso un pennello, una chitarra, una penna e che, soprattutto, lo riescono a fare nella loro semplicità.
L’arte ci permette di descrivere come ognuno di noi osserva e vede il mondo e, si sa, che da occhi diversi vengono realtà diverse.
Consiglio a tutti di vedere questo film per comprendere come, non necessariamente, l’arte debba essere complicata e contorta, ma anche leggera e semplice.
Complimenti Maudie Lewis!

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Chiamami col tuo nome

Il mio coinquilino questa sera mi ha consigliato un film che si intitola “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino. Sono quasi le quattro di notte e dovrei andare a dormire ma… non ho mai visto un film così bello. Dire che lo straconsiglio è dire poco!
Qui sto incontrando persone meravigliose, persone aperte, persone belle, persone che parlano del proprio dolore, persone vere, pure. Ed il fatto che molti di loro siano gay non credo sia una coincidenza. Il dolore porta sempre qualcosa di bello nelle nostre vite ed il dialogo finale di questo film ne è la testimonianza. Guardatelo!!!


«Senti» mi interruppe, «tra voi c’è una bella amicizia. Forse anche qualcosa in più. E io ti invidio. Al posto mio, la maggior parte dei genitori spererebbe che tutto si dissolva, o pregherebbe che il figlio ne esca indenne. Ma io non sono così. Al posto tuo, se il dolore c’è, lo farei sfogare, e se la fiamma è accesa, non la spegnerei, cercherei di non essere troppo duro. Chiudersi in se stessi può essere una cosa terribile quando ci tiene svegli di notte, e vedere che gli altri ci dimenticano prima di quanto vorremmo non è tanto meglio. Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent’anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa… che spreco!

Come vivi la tua vita sono affari tuoi. Ma ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola. La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva, più tutte quelle che stanno in mezzo. Invece di vita ce n’è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore.

PS: Spero di riuscire a parlare del film in modo più approfondito.

Quattro domande per la vostra vita!

Ciao a tutti,
oggi vorrei proporvi una serie di domande che mi sono cominciata a porre da quando ho iniziato a vedere i video di questa youtuber meravigliosa. Mi piacerebbe condividere con voi le mie risposte al riguardo e mi piacerebbe moltissimo ricevere qualche risposta da parte vostra! Oggi ve ne propongo solo quattro!

  1. Qual è l’atto di gentilezza più bello che hai ricevuto?? 
  2. Qual è l’atto di gentilezza più bello che voi abbiate mai fatto a qualcuno?
  3. La tua qualità peggiore e la tua qualità migliore.
  4. Come affrontare un periodo difficile.

 

  1. Penso che l’atto di gentilezza più bello che mi sia mai stato fatto è stato da parte di un mio compagno di scuola quando avevo 10 anni. Diciamo che la mia infanzia è stata diversa da quella di molti e, per questo, sono sempre stata una bambina ed una ragazza molto sensibile. Spesso le persone hanno sfruttato la mia sensibilità e mi hanno offesa perché ero un bersaglio più facile di altri. Un giorno, un mio compagno di scuola, di fronte ai miei compagni che mi prendevano in giro, mi disse di non ascoltarli, che lui era con me e che ero più intelligente di loro. E’ stata la prima volta nella mia vita in cui mi son sentita davvero compresa da qualcuno.
  2. L’atto di gentilezza più bello che io abbia mai fatto è stato in seconda elementare. Quell’anno una nuova bambina entrò nella mi piccolissima classe e tutti la prendevano in giro ed ovviamente la isolavano. Mi faceva male vederla sempre da sola ma dovevo scegliere se avere ancora degli amici o se diventare sua amica. Era diversa dal resto dei miei compagni, se ne stava sempre sulle sue a disegnare e fare cose strane. Un giorno durante la ricreazione la vidi che decorava le orecchie di un coniglio con dell’ovatta e le chiesi se potevo aiutarla. Da lì in poi passammo i restanti quattro anni delle elementari sempre insieme! E’ stata la mia prima vera amica (poi ci siamo perse).
  3. La mia qualità migliore è la mia sensibilità che mi spinge ad essere sempre gentile ed educata con tutti. Sono molto empatica e riesco a carpire particolari che il resto delle persone non nota.
    La mia qualità peggiore è la mia non gratitudine nei confronti della vita e di coloro che mi circondano. Tendo a guardare il bicchiere sempre mezzo vuoto e questa è una grande forma di non rispetto per la vita in generale e le persone che ci vogliono bene.
  4. Questa per me è la domanda più difficile. Per affrontare i miei periodi difficili mi aggrappo sempre a qualcosa. Di solito mi aggrappo alle persone, ma ci son stati anche periodi in cui mi sono aggrappata all’arte (libri, musica, cinema) ed alla bellezza che sono poi le uniche cose che, secondo me, ci possono salvare. Anche perché spesso le persone non ci sono e quindi bisogna inventarsi un modo: uno sport, un passatempo, parlare con sconosciuti, scrivere, condividere il proprio dolore con qualcuno.. sapere che, in qualche parte del mondo, c’è qualcuno che ci può comprendere! Sono queste le uniche cose che possiamo provare a fare per uscire dai nostri periodi bui e, qualche volta, anche semplicemente lasciarsi andare ed aspettare il momento giusto per reagire, perché c’è sempre un momento giusto per qualsiasi cosa!

PS: riguardo la gentilezza, mi sento di dover dire che anche i gesti che facciamo quotidianeamente sono di fondamentale importanza e questo l’ho capito in particolare da quando sono in Erasmus. Invitare qualcuno ad uscire, aprire la porta, chiedere come è andato il weekend, chiedere se si ha bisogno di aiuto ma, soprattutto, sorridere agli altri ed essere comprensivi, senza pregiudizi. Questo è fondamentale nella vita. Perché in fondo è vero che ognuno sta combattendo una battaglia che noi non conosciamo, per questo bisogna essere gentili e comprensivi sempre! Migliori con gli altri, migliori con sé stessi!

 

 

 

Era il 21 marzo, giorno dell’equinozio di primavera… anche in me quella sera fiorivano margherite. 

One day- Asaf Avidan..passa per caso su RTL 102.5 domenica 11 febbraio 2018.

Boom nostalgico.
E’ la canzone del mio primo bacio, del primo bacio più bello che potessi desiderare.

Era il 21 marzo del 2013 quando in una casa blu, durante un harlem shake di una festa universitaria a base di beer pong (poi trasformatosi in vodka pong per mancanza di birra), una ragazza con le mutande più brutte della storia, un maglioncino viola e un paio di stivaletti di cuoio si avvicina ad un ragazzo tutto occhi neri e capelli, cioè al ragazzo più desiderato della sua vita.
Lui che la fissa dal tavolo dell’arrangiatissimo DJ da tutta la sera con uno sguardo magnetico e lei che si avvicina facendo strano movenze, in modo molto impacciato.

Poi..sorpresa. Di colpo lui la avvinghia in un abbraccio cosmico e la stringe talmente tanto che lei non riesce a liberarsi, ma per la prima volta era felice di non potersi liberare da qualcosa o qualcuno. Infine due lingue che si toccano a mo’ di centrifuga della lavatrice per ben 10 minuti consecutivi (o forse più..)
Intorno intanto una folla di persone agitate: le amiche di lei piangevano per disperazione o- chissà – per emozione (considerando quanto le avesse scocciate con sto Andrea), gli amici di lui urlavano “vai Andre! vai” e una serie di persone guardavano la scena a bocca aperta impietriti dal fatto che una ragazza così timida potesse fare certe cose. Ovviamente il vodka pong aveva parzialmente contribuito .
Due fuochi che si uniscono e accendono uno dei baci più belli della mia vita.
Per la prima volta il tempo si è fermato totalmente e non ho pensato più a niente, solo a continuare ad abbracciarlo e stringerlo senza sapere cosa stessi facendo e fregandomene altamente di tutti.
Quella sera ho imparato una lezione importante: che aspettare ogni tanto è meraviglioso perché dopo 19 anni ho dato un bacio che scansati Rossella O’hara.

Era il 21 marzo, giorno dell’equinozio di primavera… anche in me quella sera fiorivano margherite.

Mamma mia quante cose sono cambiate in soli cinque anni. Mi sembrano così lontani quei tempi. I tempi della me ribelle, della me ubriaca una sera sì e una no, della me senza scrupoli e tenera e leggera. Della me di cui si innamoravano tutti, della me fragile e delicata. I tempi degli errori e dei miei problemi con i ragazzi con la chitarra.

La me che, quando ha visto Andrea cantare Redemption Song, ha sotterrano chili di mattoni di muri costruiti in anni, che ci ha messo 3 anni e 5000 ragazzi per scordare quel sorriso e quei due occhi neri profondi come l’eyeliner di Amy Winehouse.

Mamma mia, per la prima volta mi rendo conto che sto avvertendo un senso nostalgico diverso da quello di tutte le altre.. quanto vorrei tornare a quel momento e non commettere l’errore che poi  ne ha portati con sé una serie non indifferenti. Naturalmente non il bacio..ma questa è un’altra storia.

Nostalgia a go-go stasera, ma che bei ricordi. E quanta leggerezza… sono cresciuta, e non poco… meno male che stasera la passo in parte tra le nuvolee!

Oggi è blu.

Oggi è blu.

Blu come il cielo, come i viaggi che vorrei fare, come il profumo del mare,
come un telo di seta che si posa sui miei occhi stanchi.
Blu come la schiuma di un’onda di speranza che spazza via la stanchezza.
Blu come la pellicola lucida di un film che vorrei fosse la mia vita..blu come gli occhiali da sole che si chiudono come le tende di un teatro sulle mie lacrime.
Blu come il rossetto che colora tutti i baci non dati.
Blu come gli abbracci ed i baci, quelli veri e blu quando non sai più dove sono andati a finire.
Blu come quando i sentimenti cambiano e quando diventa complicato stare insieme.
Blu come la bici con il vento in faccia.
Blu come la bellezza e la musica, come i sogni e la voglia di cambiare.
Blu come le cuffie che mi portano in tutte le vite che non ho vissuto.

Blu..ma che ci faccio qui???

Blu..non so cosa sto succedendo. Allora niente penna nera oggi, solo blu perché mi dà speranza.

Blu come le parole, blu come le incomprensioni.
Blu come la lontananza e la diversità. Come i litigi e come le urla.
Blu quando mi arrabbio, blu come quando vorresti che una persona fosse con te, invece non c’è.
Blu quando vado troppo a fondo e mi faccio solo male. Blu quando non so come non farlo.

 

Loro sono macigni ma noi siamo giganti.

Torno qui, tra le mie montagne.. ogni volta che dall’autostrada vedo questi paese immersi in una vallata, nemmeno troppo alta, mi domando: “Ma io che ci faccio qui??”. Le montagne che guardo da quando sono piccola, riconosco le loro onde, che magari fossero del mare.

Ogni tanto mi chiedo perché sia così strana..ovvero perché tendo ad essere così poco perfezionista nella mia vita quotidiana di azioni e così troppo nei miei sentimenti e nei gesti degli altri. Mi dicono tutti che sono “smemorella”, ma li vorrei far entrare io nella mia testa, io che mi guardo sempre intorno, troppo, che conto i capelli e i momenti. Ma che ne sa chi è spensierato di tutto ciò, di questo andare sempre oltre il proprio naso, oltre le cose, oltre i gesti quotidiani che compiamo. Come mi ricordo gli sguardi delle persone!!..mi rimangono addosso. Capite?? Che  significa?! Sono distratta mentre cucino ma non mi dimentico dei gesti.

Solo che ultimamente questa cosa di andare oltre mi sta sfuggendo di mano perché adesso con G, è un po’ diverso. Lui ha una leggerezza che io gli invidio tantissimo, invece io mi sento un gigante. Un gigante (me) con una farfalla (lui). Lui non mi osserva mentre stiamo in giro, non fa troppo caso ai miei sguardi, lui semplicemente si fida di me. Vive tranquillo e non avverte competizione o altre cose.

Io martedì andrò al matrimonio della sua prima fiamma, quella che a Ferragosto scorso guardava in quel modo. Quella della sua adolescenza, per cui una sera mi ha anche lasciato. Diceva che non era mai stato innamorato di lei quanto di nessun altra. Io devo andarci a quel matrimonio e già lo so i suoi sguardi quali saranno, ma io non li voglio vedere perché, già ho i miei complessi e i miei pesi, a me non va di mettermi addosso pure i suoi. Non voglio osservarlo più. Solo chi va sempre oltre può capire quello che intendo.
Ad un certo punto quello che vedi, diventano sassi da portare dietro gli occhi..e poi macigni e poi tantissime paure. Io voglio la leggerezza dei saggi di Calvino, di Cavalcanti. Perché il fondo, anche se quello che sto per dire è poco poetico, sono tutte pippe mentali. O almeno la stragrande. Pensieri negativi che ne portano altri e poi fanno stare male, quando le sfaccettature della vita sono a milioni e noi non possiamo conoscerle tutte. Possiamo solo conoscere le nostre e comprenderle, non confondendole con quelle degli altri o con quelle dei libri. La vita è un’altra cosa. Non sono i sassi dietro gli occhi ma le lenti con cui noi osserviamo. E anche se abbiamo qualche sasso, dovremmo imparare a tirarlo sul lago e fargli fare mille rimbalzi, mille capriole, per infine scoprire il vero significato della felicità, della leggerezza e della bellezza. Ma non è così semplice, è necessario molto tempo e fatica. Lezioni per sé stessi, per imparare ad essere migliori e non fermarsi davanti alle apparenze, per quanto possano essere incalzanti e forti. Loro sono macigni, ma noi siamo giganti. E le possiamo far rimbalzare anche mille volte, se solo volessimo. Voli acrobatici per buttarsi dietro tutto.

Sogni a occhi aperti…

Questa sera vi vorrei raccontare di un sogno che faccio molto spesso quando mi capita di ascoltare una bella canzone. Adesso, per chi fosse curioso, sto ascoltando una meravigliosa playlist di Spotify che si chiama “Cozy evening.”
Comunque.. il mio sogno, anche se questo va contro la realtà e le persone che ne fanno parte, è quello di rincontrare un amico che non vedo da tempo. Una persona di quelle che quando le rivedi di sorpresa, in un pub mentre bevi una birra o ad una festa, è come se tutto ti rimettesse a posto. Capite??
Un’isola in un mondo così vasto. Quella persona che quando riguardi negli occhi sembra che non sia passato nemmeno un  lampo di tempo tra quelle onde e particelle di luce che vi distanziano. Che ti risistema il caos che hai dentro e che ti fa fare un sospiro di sollievo e pensare “Finalmente da adesso in poi andrà tutto meglio”.
Che basta guardarla negli occhi per capire che ci sono legami che nessuno al mondo potrà mia cambiare, che rimarremo sempre nel cuore delle persone giuste. Che volere bene a qualcuno non sempre significa rimanere fregato, come con chi che ti usa e ti butta insieme nei dimenticatoio della vita.
Vorrei avere da qualche parte del mondo una persona, un amico, che mi venisse a salvare laddove non mi sento felice o non a mio agio, che mi legga negli occhi e capisse tutto quanto.
Sogno sempre questa cosa, anche se non ho amici lontani poiché non sono riuscita mai ad avere un amico maschio.
Ve lo volevo raccontare perché uno dei miei sogni è quello di essere ricordata da qualcuno così, poiché ho chiuso sempre tutto in maniera definitiva e con rabbia quindi non ho mai lasciato uno spiraglio di speranza per riprendere i rapporti. Sia perché oggettivamente alcuni non lo meritavano sia perché, essendo una persona molto impulsiva, tendo a sparare a mille senza rendermene conto.
Vorrei tornasse qualcuno da me a dirmi “Grazie per aver fatto parte della mia vita.”
Invece da me non torna mai nessuno, se ne vanno e sembrano pure felici di essersene andati. Ho qualcosa che non va?? Forse solo L si è accorto di questa cosa e ha provato a fare minimi passi ma mai niente di particolare. G è tornato quella sera ma certe volte non so nemmeno io perché.. a parte loro due nessuno è mai tornato.
S&S hanno tagliato i ponti e sembra che questo non gli abbia fatto per niente male quando io da un anno a questa parte mi sento dentro un terremoto e sto cercando piano piano di rimettere a posto i pezzi.
Forse vorrei semplicemente qualcuno che mi comprenda davvero e che mi dicesse, anche attraverso solo uno sguardo “Anche se sei un disastro, io ti voglio bene veramente”.. ecco.
Che non mi facesse sentire un mostro, ma un bruco che sta per diventare una splendida farfalla.

Saggio sul naso adunco!!!

Il termine favola deriva dal latino “fabula”, che a sua volta deriva dal greco “femi” che significa dire, raccontare. Dalla sua etimologia, che è la stessa di fiaba, si può ben capire che la parola si trova al centro di questo genere.Naturalmente molti conoscono fiabe e favole sia provenienti dal mondo antico come quelle di Esopo o come le novelle de “Le mille e una notte”‘, sia più recenti, basti pensare alle fiabe che la Disney ha raccolto sottoforma di splendidi cartoni.

Lo scopo della fiaba non è soltanto “edonistico” ma consiste soprattutto nell’insegnare, nell’inviare un messaggio a coloro che la leggono oppure l’ascoltano.

I protagonisti di queste storie però non sono soltanto fanciulle belle, umili ed ingenue, vecchi saggi ed intelligenti, ma anche personaggi malvagi, misteriosi, ipocriti che ostacolano i sogni e le azioni del protagonista, i cosiddetti antagonisti.Gli antagonisti di solito hanno un aspetto quasi orribile, forse appunto per il ruolo che rivestono all’interno di questi racconti.

Sicuramente il primo degli antagonisti che ci viene in mente è la strega, con il suo cappello nero, i capelli lunghi e sporchi, le unghie aguzze , la pelle piena di rughe, la scopa magica ed infine in naso adunco. Gli elfi, gli hobbit, le volpi, gli avvoltoi, insomma i personaggi più misteriosi,anche più furbi e cattivi, hanno il becco adunco.

Ma nella categoria dei personaggi dell’ “adunco”, possiamo citare anche il famoso nemico di Peter Pan, il Capitan Uncino; Adunco infatti è una parola che deriva dal latino aduncus a sua volta derivato da uncus che significa appunto uncino.

Nel corso del tempo ho notato però un’altra caratteristica che riguarda il naso adunco.

Moltissimi tra i letterati, i filosofi, coloro che coltivano gli studia humanitatis sono rappresentati con il naso ricurvo. Basti pensare al sommo poeta Dante che non aveva effettivamente il naso aquilino, ma allora perché raffigurarlo in quel modo? Forse perché il poeta è il rappresentante per antonomasia della parola e l’importanza di Dante, che è considerato il padre della lingua italiana, è a tutti nota. E’ possibile, secondo me, anche che vi sia uno stretto rapporto tra il naso adunco delle streghe delle favole e quello dei poeti, che hanno usato la parola in modo limato, elegante, per esprimere qualcosa; alcuni per descrivere il loro sentire, altri come Dante fa nella Commedia, per diffondere insegnamenti universali. D’altronde la Commedia e le favole hanno lo stesso scopo, quello didascalico, e cioè quello di insegnare.

Il problema però è: quanti di noi sanno che il naso delle streghe è detto non “a gobba” oppure lungo, ma adunco???

Probabilmente solo una piccola parte della popolazione è a conoscenza di ciò. Quella parte che non si limita a guardare i film della Disney ma legge anche le storie dalle quali derivano e si fermano un attimo a pensare a cosa significhi adunco.

Forse i media sono diventati l’alternativa moderna al Capitan Uncino?? Forse a  causa dei messaggi che siamo abituati ad ascoltare o a quelli che mandiamo con il nostro cellulare, usando delle abbreviazioni per fare prima, non conosciamo la maggior parte del vocabolario?? Forse sono il tempo o la pigrizia ad essere il nostro Capitan Uncino?

Le favole non potrebbero essere raccontate senza l’utilizzo della parola, il mezzo con cui comunichiamo tutti i giorni. D’altronde la parola è alla base della società stessa.

Come avremmo fatto a vivere civilmente, in pace tra di noi, in una condizione di bene comune, se non ci fosse stata la parola? Come faremmo a raccontare le nostre storie, a sottrarle dalla morte del tempo? Come faremmo a scrivere poesie, a comunicare agli altri i nostri sentimenti? Come faremmo a liberarci da un segreto,, a liberarci da una condizione di schiavitù o di soprusi, senza la parola??

Esopo e Fedro, i primi autori di favole, erano schiavi e Fedro, in una sua fabula, afferma che la schiavitù, soggetta ai padroni, non osando dire ciò che voleva, traspose le sue opinioni in brevi favole. Così la parola, se non nel senso fisico, liberava gli schiavi dell’antichità dalla schiavitù morale, permettendo loro una parte di libertà.

In effetti là dove essa manca, molto probabilmente c’è qualcosa che non va, forse rassegnazione e distruzione.

Non sappiamo che significa adunco perché non ci servono più le streghe? Non abbiamo più bisogni delle parole, che qualcuno ha custodito per far sì che le generazioni future abbiamo la possibilità di impararle, di saper comunicare i propri sentimenti?

Forse no, perché siamo una società materialista, troppo occupati dalle nostre ambizioni, dimenticando i nostri valori e dimenticando le nostre origini.

Con il passare del tempo infatti nella lingua di tutti i giorni subentrano molte parole che derivano dall’inglese, alcune dal francese e imparando queste ci dimentichiamo delle altre italiane. Per cui aggiungendo alla nostra scarsa conoscenza, questa sorta di neologismi, che ne deriverà ?

L’unità di un paese è data soprattutto dalla sua lingua, in modo che indipendentemente dalla regione in cui viviamo, siamo capaci di comunicare con gli altri.

Ma se dimentichiamo la lingua italiana, un giorno l’Italia non esisterà più e non esisterà più la storia e non esisterà più alcuna identità. Perderemo le nostri origini, perderemo le favole, le fiabe, la parola, ciò che ci rende uomini. Quindi saremo schiavi, schiavi dell’ignoranza, e della superficialità e non potremmo più raccontare favole, fiabe, le nostre storie, i nostri sentimenti. Saremo macchine che compiranno solo azioni, senza pensare al lato poetico della vita, a quello più umano.

 

 

La paura di amare.

Ricordo la prima volta che ti ho visto. Hai aperto la porta a cinque ragazze con una faccia spaventatissima e i capelli arruffati, proponendo di guardare un film perché non sapevi cosa dire.
Io mi sedetti al divano davanti al tuo ma ti sbirciavo comunque con gli occhi, un po’ invidiosa di chi ti stava vicino. Poi ci siamo conosciuti e la tua mente mi aveva letteralmente catturato. Non lo dissi a nessuno soprattutto perché mi resi conto che il tuo interesse verteva sulla persona che ti era seduta vicino quella sera.
Allora mi feci da parte, rientravo a casa e ti vedevo seduto sul divano a guarda “Il signore degli anelli” abbracciato a lei. Io intanto per fortuna mi innamorai follemente di A.
Poi arrivò l’altra, ma io non mi spiegavo perché continuassi a farmi solletico o a farmi i bagni con i palloncini di acqua l’estate. Giocavamo con il pallone da rugby e mi insegnavi tante cose. Eri come l’amico di infanzia che avrei sempre voluto.
Passò l’estate ed arrivò settembre e, di fronte ai nostri amici che ti parlavano di me, tu rispondesti che ti stavi già sentendo con una ragazza.
Io me lo ricordo quando me lo dissero S. e S., mentre passavo lo straccio in cameretta, le lacrime e la rabbia che mi venne, mi sentii presa in giro. Probabilmente su quel pavimento ci sono ancora i segni.
Ci misi una pietra su. Per me eri finito in quello stesso istante.

Poi l’anno scorso sei tornato con la tua delicatezza e la tua pazienza. Ti sei fatto milleeuno volte una strada lunghissima, in questa città così fredda, per venirmi e trovare, anche solo per darmi un bacio. E io mi sono riinnamorata di te milleeuno volte, ogni volta che ti vedevo entrare infreddolito e mi lasciavi le labbra umide e fredde.
Mi sono innamorata delle tue passioni, del modo in cui guardi il mondo, delle tue mani e del modo in cui mi fanno sentire quando mi accarezzi, dei tuoi gesti come quando ti passi la mano tra i capelli, di come mi togli lo zaino quando entro a casa.
Amo passare il tempo con te e da quando ti conosco, non desidero fare altro.

Questi ultimi tempi però sono un po’ preoccupata perché ho paura che mi sia affezionata troppo. Ho paura di rimanerci male, ho paura di non riuscire a prendere le scelte importanti per il mio futuro per restare qui con te.
Ho paura della distanza, che qualcuna possa intrufolarsi tra di noi se io non sono qui ad accarezzarti i capelli quando sei stanco.
Mi hai cambiata, mi hai reso sotto alcuni punti di vista una persona migliore e hai realizzato tantissimi miei desideri. Sei stato, sei e spero sarai lo snodo del braccialetto con tutti i miei desideri espressi con le candeline e con le stelle candenti.
Vorrei farti capire quanto sei importante per me e l’altra sera, a vederti piangere  sul letto e chiedermi “che cosa ti ho fatto? non sei più quella di prima”, mi è venuta una morsa al cuore che mai avrei immaginato.
Vorrei tanto farti capire che l’unica cosa che hai fatto è farti amare più di ogni altra cosa. E che adesso, tutte le mia paure e le mie insicurezze stanno uscendo perché io non potrei mai immaginare un futuro senza i tuoi occhi.
E’ questa la verità. Perché sei il mio posto nel mondo preferito e ho paura a scrivere altre cose. Hai lasciato i ricordi più belli e meravigliosi nella mia vita e mai avrei pensato che una storia del genere potesse capitare a me.
Ho tanta paura ma mi impegnerò per farti restare vicino al mio cuore.

Vorrei tanto che tu potessi leggere queste cose.

Sul balcone, una sera d’estate.

“Raccontò che c’erano due strade, per tornare a casa, ma solo in una si sentiva il profumo di more, sempre, anche d’inverno. Disse che era la più lunga. E che suo padre prendeva sempre quella, anche quando era stanco, anche quand’era vinto. Spiegò che nessuno deve credere di essere solo, perché in ciascuno vive il sangue di coloro che l’hanno generato, ed è una cosa che va indietro fino alla notte dei tempi. Così siamo solo la curva di un fiume, che viene da lontano e non si fermerà dopo di noi.”
Alessandro Baricco, Questa Storia

Stasera mi sono seduta con mia nonna sul balcone a prendere aria fresca, come direbbe lei!
L’ho sempre ammirata ed in qualche modo lei è per metà la mia figura materna.
Non che mia madre non sia una brava madre, ma ha avuto una vita molto difficile, è sempre stata una persona estremamente sensibile. Questo è il motivo per cui io la amo come persona, ma la amo un po’ di meno come madre.
Mia nonna è una donna di altri tempi. Forte, coraggiosa, conservatrice.
Ha le stesse lenzuola bianche da quando si è sposata e, anche se si rovinano, lei le ricuce.
Mi ha raccontato di quando faceva il pane, con la grazia e la pulizia di cui solo un tempo erano capaci. Di come lei e mio nonno si sono costruiti tutto da zero e passo dopo passo. Di come nella sua cultura di madre e di donna, non si butta via niente.
Inutile dire che erano altri tempi, ma quando lo racconta, io vorrei tanto poter essere un fantasma per riviverli.
Me la immagino per casa, con il grembiule e gli orecchini d’oro, a correre dietro quella peste di mio padre, mentre deve badare ad altre mille cose; oppure a fare il sugo con l’olio e l’aglio “spraffato”, come si direbbe da noi.
Erano tempi in cui si conservava l’impasto del pane per la volta dopo, dove si aveva il vestito bello della domenica per andare a messa, e le donne non abbandonavano mai la loro dignità. Nonostante fossero tutte probabilmente molto belle, soprattutto perché erano naturali. Al massimo ci si poteva permettere un filo di rossetto rosso, sempre di domenica però.
Conosce le storie e i soprannomi di tutti i miei vicini, anche quelli distanti chilometri che abitano là, sulla collina dove si vede la luce. E, anche se traspare un filo di civetteria, dalle sue labbra mi sembrano che non escano mai le cattiverie che, invece, escono alle mie colleghe di università o alle mie coetanee.

Vorrei essere lei per aver vissuto quei tempi, sì duri, ma anche puri e innocenti. Tempi in cui si aveva un solo uomo e lo si teneva, vuoi o non vuoi, per tutta la vita; in cui a quindici anni avevi già imparato a cucinare e a venti ormai conoscevi tutti i segreti dell’essere una perfetta padrona di casa. Adesso a venti anni c’è gente che non sa usare la moka del caffè! Erano anni in cui ogni cosa era preziosa. I sorrisi, il cibo, i vestiti, i sentimenti, gli sguardi e la famiglia era la cosa che più contava.
Mi piacerebbe davvero vivere in un mondo così, perché lì di meraviglia ce ne stava davvero molta!